La Collezione ornitologica

La collezione L’uso di tenere uccelli “impagliati” era una moda molto diffusa nelle famiglie agiate della metà del XIX secolo e in alcuni casi si arrivava ad esporre un numero considerevole di esemplari fino a costituire vere e proprie collezioni.
Da semplici elementi di arredo gli uccelli imbalsamati divennero oggetto di studio quando i collezionisti cominciarono a classificazione le varie specie.

Fra questi vi fu proprio il Beni il quale si cimentò non solo nella preparazione degli esemplari ma anche nella loro identificazione
Il suo lavoro risultò molto metodico e di forte spessore scientifico; egli annotò, in appositi registri, le date e le località di rinvenimento degli esemplari, riuscendo ad identificarli correttamente nonostante la mancanza, all’epoca, di manuali illustrati.

Non si sa esattamente che dimensioni avesse raggiunto la collezione ornitologica; nel 1889 l’autore, in alcuni documenti, parla di oltre 550 esemplari e non si può escludere che successivamente la raccolta si sia ulteriormente accresciuta.

Quello che possiamo ammirare oggi consta di 520 esemplari appartenenti a 176 specie. L’intento primario del Beni fu quello di costituire una raccolta degli uccelli che, a quel tempo, popolavano la vallata; il gruppo assolutamente più cospicuo è rappresentato dalle specie nidificanti, svernanti o sedentarie e dunque di facile reperimento nei diversi ambienti che caratterizzavano il territorio.

La collezione dunque rappresenta una “fotografia” molto attendibile dell’avifauna casentinese di due secoli fa che ci consente di capire quali cambiamenti sono avvenuti dall’800 ad oggi; dal confronto emerge che sono scomparse ben 11 specie nidificanti ed altre, all’epoca abbastanza comuni, risultano in forte declino.

L’approccio metodico del Beni si evince anche dalla presenza nella collezione di specie ritenute (ora come all’epoca) rare ed occasionali che potevano comparire durante le migrazioni e di altre provenienti da aree lontane dal Casentino.
E’ importante infine segnalare che nella collezione vi sono due degli ultimi tre esemplari noti di Picchio dalmatino (un altro è conservato presso il Museo della Specola di Firenze) per l’Appennino Settentrionale.


- Specie estinte e in declino

Nell’800 il paesaggio naturale in Casentino era completamente diverso rispetto ad oggi; l’ambiente dominante era un mosaico fatto di coltivi, pascoli, boschi e siepi che si spingeva dal fondovalle fino ai crinali.
Molte specie che sono legate a questi habitat hanno subito dei drammatici effetti a seguito dell’abbandono delle attività agricole e zootecniche in vaste aree di collina e di montagna; questo fenomeno ha comportato la graduale sostituzione degli ambienti aperti con il bosco, a cui si sono aggiunti poi anche i rimboschimenti di conifere.

culbianco
picchio dalmatino

Tali trasformazioni hanno decretato la scomparsa della Passera lagia, della Bigia grossa, dell’Ortolano, dello Zigolo giallo, della Cappellaccia e del Nibbio reale.
Altre specie sono attualmente in forte declino e parliamo dell’Averla capirossa, della Quaglia, della Magnanina, dell’Albanella minore, del Prispolone, del Calandro e del Culbianco. La persecuzione diretta da parte dell’uomo è stata la ragione poi dell’estinzione della Starna e del Corvo imperiale. Un discorso a parte va fatto per il Picchio dalmatino che è una specie tipicamente forestale; la sua scomparsa nel nostro Appennino è dovuta al taglio sistematico degli esemplari arborei vetusti nelle faggete.


- Specie rare ed occasionali

Grazie alle migrazioni o agli erratismi il Casentino viene attraversato da una moltitudine di specie fra cui alcune rare; il Beni non ha trascurato questo aspetto e infatti nella collezione se ne possono osservare parecchie.
Fra le specie presenti molte sono legate alle zone umide, un tipo di ambiente poco presente in Casentino.

Stiamo parlando del Croccolone, del Mignattaio, della Moretta tabaccata, della Pesciaiola, del Re di quaglie, della Schiribilla, della Schiribilla grigiata, della Strolaga minore, del Tarabuso, del Mignattino, del Pettazzurro e del Voltolino.
Questo ci fa supporre che il Beni si sia rivolto a persone che praticavano la caccia degli uccelli acquatici migratori nei tipici laghetti artificiali, un tempo presenti nel fondovalle.

moretta tabaccata
lodolaio

Altre specie possono essere state sorprese mentre erano in sosta nei prati e nei pascoli in pianura come l’Oca granaiola, il Piviere dorato, la Cicogna bianca e la Cicogna nera.
L’esemplare di Altre specie migratrici da segnalare nella collezione sono il Falco cuculo, il Lodolaio, la Balia dal collare, il Grillaio, il Gufo di palude, l’ Occhione, il Pettazzurro, lo Storno roseo e la Colombella. Il Picchio muraiolo è stato probabilmente catturato all’interno di qualche nucleo urbano.

L’esemplare di Capovaccaio è facile supporre che provenisse dalla Maremma dove, fino a qualche decennio fa, questa specie nidificava; qualche individuo sicuramente poteva capitare anche in Casentino.
Nella collezione troviamo infine il Fringuello alpino, un passeriforme tipico delle alte quote presente in Italia nelle Alpi e nell’Appennino centrale.

- Specie “intruse”

Il Beni ha raccolto anche alcune specie che nulla hanno a che vedere con gli ambienti del Casentino ma che meritano un commento visto che la collezione non ha solo un valore storico e scientifico ma anche una valenza didattica e divulgativa.
Il Gallo cedrone è un grosso galliforme che popola le foreste miste di conifere e latifoglie delle Alpi orientali; questa specie è nota per le parate e i duelli che vedono coinvolti i maschi nel periodo degli amori e che si svolgono in arene nel mezzo della foresta.

gallo cedrone
gabbiano corallino

Il Grifone era numeroso e ben diffuso fino in tempi recenti in Sicilia ed in Sardegna, dove sono rimaste le ultime colonie italiane. Recenti immissioni hanno consentito di creare colonie nidificanti in Friuli e in Abruzzo. La sua peculiarità è che l’alimentazione si basa sulle carcasse di animali.
Il Gabbiano corallino è presente lungo le coste della Toscana soprattutto durante lo svernamento; rispetto agli altri laridi trascorre più tempo in mare aperto trova anche il modo di alimentarsi.