La capanna
Giunti
sul posto assegnato, i carbonai procedevano alla
costruzione della capanna. Si distinguevano a questo
proposito due tipologie: quella "a dispensa"
e quella "a gesù". Nel secondo
caso la struttura era composta da due pali di legno,
biforcati all'estremità, conficcati nel terreno
sui quali veniva appoggiato un tronco.
Su questa struttura, venivano sistemati una serie
di pali disposti obliquamente poggianti sulla trave,
a sua volta coperti con zolle di terra e ginestre
al fine di rendere la superficie impermeabile.
Su uno dei lati più lunghi veniva lasciata
l'apertura per la porta, chiusa all'occorrenza con
un fascio di frasche.
L' interno della capanna era occupato dal fuoco
centrale e da due o più "rapazzole",
ripiani sollevati da terra formati da pertiche di
legno, usato come tavolo e letto. Il cibo più
ricorrente era costituito da polenta di granturco,
rigatino di maiale, aringa, cacio e baccalà.
Migliore sorte, a questo proposito, spettava al
carbonaio quando conduceva alla macchia anche il
nucleo familiare. Spesso venivano condotti, infatti,
allo scopo di arricchire il regime alimentare, anche
qualche animale da cortile e una capra allestendo
piccoli ricoveri stagionali nel bosco.
In mezzo a tutti questi disagi qualche esigenza
culturale veniva soddisfatta all' incerto chiarore
del lume, rubando ore di sonno alla notte, sulle
pagine di qualche romanza popolare, ma anche della
Divina Commedia e dell'Orlando Furioso, le cui pagine
e relative costruzioni metriche servirono sicuramente
da modello e riferimento per le stesse composizioni
in ottava rima, canti e stornelli, ancora presenti
nella memoria di qualche anziano carbonaio.