Produzione della polvere da
sparo
Probabilmente
il venir meno della coltivazione del tabacco, vietata
in tutto il Granducato a partire dal 1830, e del
relativo contrabbando ha spostato l'attenzione verso
la produzione e il commercio della polvere da sparo,
La presenza di numerose sorgenti e corsi d'acqua
e la disponibiltà di boschi per la produzione
del carbone, spinge ad impiantare, lungo il torrente
Rassina e lungo il Rio, varie polveriere che producono
polvere da sparo al di fuori di ogni controllo degli
organi di sorveglianza. La polvere da sparo o da
mina veniva venduta localmente negli spacci autorizzati,
o commerciata clandestinamente attraverso il contrabbando
in Casentino, Valtiberina, Romagna, Valdichiana
e Maremma.
Accanto ai polverifici maggiori, quelli dei Prati
e dei Ciofi, regolarmente autorizzati in base ai
regolamenti di sicurezza, si sviluppa la produzione
e il commercio di polveri di contrabbando che venivano
lavorate in "pilIi" (rudimentali mortai
scavati nella pietra), disseminati nei boschi, lungo
corsi d'acqua secondari, in luoghi inaccessibili,
per essere poi vendute nel mercato del contrabbando,
fino alla metà di questo secolo.
Oltre agli stabilimenti di Chitignano, troviamo
a fine Ottocento, la presenza in Casentino di altri
stabilimenti idnei alla produzione di polvere pirica.
Si tratta del polverificio Magnanini, in località
La Lama, nel comune di Subbiano, di quello di Chiaravalle,
in località Petrognano, nel comune di Giovi,
di proprietà di Vincenzo Belloni, e inoltre
della fabbrica e deposito di polveri piriche situati
presso il Fosso alla Febbre, e della fabbrica in
località Ghiaie di Striano nel comune di
Talla.