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L’ARGOMENTAZIONE
FILOSOFICA
Di
Domenico Massaro
ABSTRACT
DEI CONTENUTI
I
modi e le implicazioni didattiche, cognitive e culturali
dell’argomentazione filosofica, anche in rapporto alle nuove
tecnologie informatiche e telematiche
IMPLICAZIONI
DIDATTICHE
Proposta
di revisione della didattica della filosofia a livello di scuola
superiore e di università.
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La
didattica della filosofia deve ripensarsi in funzione dello sviluppo di capacità
argomentative negli studenti. Pur essendo la dimensione storica
della filosofia (viste le sue millenarie tradizioni) innegabile, occorre
rivolgere l’attenzione su un’impostazione complementare rispetto a
questa.
Il
manuale di filosofia in uso presso le scuole superiori è
sostanzialmente un “racconto” del pensiero dei filosofi e spesso la
lezione dell’insegnante, basata sull’oralità, è a sua volta un
racconto di questo racconto. Da questo circuito tende a rimanere esclusa
la possibilità di “fare” filosofia.Lo studente è
chiamato, sulla linea tradizionale, a esporre, sempre oralmente, quanto
ha ascoltato e letto. Le verifiche scritte, di recente diffusione, si
inquadrano nella tipologia del test piuttosto che della scrittura
filosofica, e tra le due cose c’è, consentitemelo, una grande
distanza.
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| Le
argomentazioni in filosofia devono tener conto di posizioni
diverse, al di là delle (apparenti) contraddizioni e nonostante
lo sconcerto che provoca il loro accostamento, come suggerisce
questo quadro di Escher. |
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L’azione
didattica deve orientarsi alla scrittura filosofica, allargando il campo
semantico del termine scrittura dalla stesura di un testo enunciativo,
lineare e monodimensionale all’organizzazione ipertestuale a più
livelli, alla strutturazione di reti di connessioni interne ed esterne,
possibilità, queste, consentite dall’informatica.
Ciò contribuirebbe
sicuramente a far impostare una didattica più fluida e, anche se ancora
i tempi non sono maturi per formulare una compiuta teorizzazione di
questa “rivoluzione” nella scrittura e nella comunicazione, è certo
che le implicazioni sul piano cognitivo e culturale sono molto profonde,
in quanto è innegabile la ricaduta, la reafferenza delle possibilità
del nuovo medium sull’elaborazione dei contenuti che gli si affidano.
La
sola cosa certa è che questa sfida va raccolta e giocata a favore del
rinnovamento didattico e metodologico. Pur non rinnegando il valore e il
potenziale formativo della filosofia come è attualmente insegnata,
oggi occorre tuttavia ridefinire la sua qualità. Nel formulare un
tale auspicio constatiamo che i segnali in tal senso, nell’editoria
contemporanea, non mancano.
Sullo
scenario didattico fa irruzione l’immagine, la cui presenza va accolta
e sfruttata, se non altro per l’enorme potenziale comunicativo e per
la prepotente forza di impatto di cui è capace. Bisogna altresì
accettare di “decostruire” il testo, nell’accezione che
quest’ultimo termine ha nell’età moderna, ovvero di trattato o di
saggio, in altre parole di contenitore ordinato e di veicolo quasi
obbligato, rispettivamente per la sistemazione e per la trasmissione del
pensiero scientifico, critico e filosofico. Decostruire o destrutturare
significa anche indebolire e ammorbidire le rigide impalcature
argomentative che nel testo filosofico tradizionale si sono mostrate con
un carattere tipicamente ipotattico.
Si
prenda il “Discorso sul metodo” di Descartes, come esempio della
modalità argomentativa moderna, modalità che assume la chiarezza (clarté)
come modello e scopo. Per implementare tale scopo si afferma qualcosa o
si formula un giudizio (“Le bon sens est la chose la mieux partagé au
monde…”) e da qui si snoda tutta una serie di ipotassi per
espandere e comprovare il contenuto della proposizione principale. Tali
ipotassi sono caratteristicamente introdotte da un “car”,
ovvero un “poiché”, spesso tradotto però con un “perché”.
Questa struttura, per quanto solida, collaudata e ben articolata, non
regge la sfida delle possibilità che l’informatica (come
codificazione) e la telematica (come trasmissione) offrono ai saperi. E
le nuove generazioni sono ben sintonizzate, è bene ricordarlo, su
queste nuove tecnologie.
Dobbiamo,
a onor del vero, constatare che, sebbene con una distribuzione ancora a
“macchia di leopardo”, si stanno verificando in molte realtà
scolastiche delle significative innovazioni. Questa, credo, sarà la
strada da seguire, ma come “terza via” rispetto a quella (rubo le
espressioni a Eco) degli “apocalittici”, che prefigurano scenari
disastrosi e irreversibili perdite culturali, e a quella degli
“integrati”, portatori di un entusiasmo e di una fiducia
incondizionata nelle innovazioni delle nuove tecnologie. Prima di
appiattirsi su una delle due posizioni estreme occorre riflettere sul
fatto che i cambiamenti, pur profondi, rapidi e travolgenti, non
escludono elementi di continuità e di possibile integrazione con la
tradizione. Come è (quasi) sempre accaduto tra immagine e parola (il
ritratto di fra’ Luca Pacioli, attribuito a Jacopo de’ Barbari, con
una mano indica una figura geometrica e con l’altra un testo scritto
raffigura un gesto di perfetta simmetria, che simboleggia eloquentemente
questa complementarità) così tra la carta e i “bit” può esserci
una feconda integrazione, cioè ben di più di una tollerante
sopportazione.
L’uomo
è di per sé “multimediale”. Il corpo è dotato di una moltitudine
di recettori (la cui varietà supera ampiamente i cinque sensi enumerati
da Aristotele) e la mente è in grado di riconosce e interpretare qualia
sensoriali dei tipi più diversi. È quindi supponibile che il grande
sconvolgimento portato dalle nuove tecnologie (compresa la spaccatura
tra apocalittici e integrati) è forse dovuta al fatto che, come mai era
accaduto, l’uomo ha realizzato sistemi di codifica e comunicazione che
si allineano alla sua originaria multimedialità?
Occorre
mediare tra una chiusura catastrofistica e un’accettazione
incondizionata. La terza via è un approccio critico, attento e teso a
cogliere le potenzialità dell’informatica, consci che comunque contro
il corso della storia non si può andare. E proprio la storia, ovvero la
memoria storica, non va dimenticata o ignorata, soprattutto nella nostra
realtà nazionale. Dobbiamo piuttosto recuperarla nell’orizzonte più
ampio che lo scenario informatico e telematico apre. Non per riciclare
il vecchio sotto le mentite spoglie del nuovo. Non si chiede un
rinnovamento di facciata, una passata di vernice alla moda. Bensì la
didattica (di tutte le discipline, ma in special modo della filosofia)
deve saper cogliere i nuovi suggerimenti che le nuove tecnologie portano
anche nel profondo della cultura, della relazione, della comunicazione.
Ciò consentirà di fondare una scuola veramente nuova, una scuola che
deve saper formare gli uomini e i cittadini di un mondo nuovo. E in
questo grande compito che la scuola si assume, la filosofia trova la sua
collocazione specifica proprio come disciplina che forma la competenza
argomentativa.
La
competenza argomentativa, dobbiamo ricordarlo, travalica i limiti della
filosofia stessa e si estende a tutti gli ambiti (scientifici,
letterari, tecnologici, giornalistici…) in cui si richieda di
elaborare una struttura testuale.
Ma
la competenza argomentativa in filosofia si caratterizza per essere intenzionale,
anzi è l’intentio che prevale rispetto alle soluzioni che i
filosofi stessi propongono. Solo a questa condizione troviamo
l’eccezionale contemporaneità di un Platone, per esempio.
È
nel “polemos” che troviamo il perno del filosofare. Ogni
testo filosofico è il punto di partenza per argomentare, discutere, è
il luogo per incontrare l’altro e confrontarsi, è un terreno
relazionale, anzi pubblico, anche se, in modo apparentemente
paradossale, è nato come meditazione privata, addirittura
introspettiva. Un esempio illustre sono le “Confessioni” di S.
Agostino, che aprono straordinari orizzonti dialogici e persino di
rappresentazione scenica.
Le
opere sono una finestra diretta sul pensiero dell’autore, mentre il
manuale, occorre ricordarlo, è un filtro che un po’ allontana, media
e attenua le opere vere e vive.
La
filosofia nasce con Platone e nasce, guarda caso, come dialogo. La
scrittura, con cui i dialoghi venivano “fissati” sulla carta, erano
una modalità allora innovativa e Platone stesso la guardava con
diffidenza. Per Platone infatti la scrittura, facendosi carico di
garantire la persistenza dei contenuti su un supporto materiale (cui
all’occorrenza si poteva ricorrere), ci esonera dal dover ricordare le
cose, permette alla nostra memoria di abdicare, di delegare e, così
facendo, di indebolirsi. Per questo la scrittura significa ipomnesi,
contro la memoria viva che è anamnesi. La paura è che il supporto
tecnico si autonomizzi dalla fonte umana che l’ha prodotto. La storia,
evidentemente, si ripete.
Comunque
i filosofi ci hanno lasciato, grazie alla scrittura, dialoghi e non
solo: meditazioni, epistole, autobiografie, saggi… Ed è significativo
che quest’ultima forma (il trattato) sia usata da Aristotele: la sua
opera ha infatti una grande funzione di riordino del sapere.
In
una nuova didattica della filosofia dobbiamo saper abbandonare
l’ottica rigidamente continuista-storicista, per saperci focalizzare
su questioni nodali. Un esempio: il passaggio dalla forma deduttivistica
di stampo aristotelico e scolastico (che adotta il sillogismo e che
procede “more geometrico”, dimostrando un carattere
necessitante) a quella induttiva e probabilistica, compresi gli usi che
di queste modalità si fanno, nella scienza così come nel quotidiano.
In
conclusione: è il momento di disegnare un quadro complessivo dei modi e
dei mezzi con cui avviene la comunicazione filosofica, ivi compresa
quella didattica. Un quadro ampio e articolato in cui trovino
cittadinanza è dignità il testo su carta e quello di “bit”,
l’oralità in presenza e la telematica, la progressione storica e la
focalizzazione nodale e reticolare delle questioni. Un quadro che sia
flessibile per poter essere curvato secondo le situazioni specifiche e
per poter sostenere la tensione verso la formazione di competenze
testuali certo non facili da raggiungere (la “dissertation”
francese è un esempio con cui confrontarsi), con la consapevolezza
irrinunciabile che l’anima della filosofia è
nell’incontro-confronto tra l’io e il tu, dal quale i pretenziosi (e
potenzialmente pericolosi) test, magari a scelta multipla, rischiano di
tenerci lontano.
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